S. Marco dei Cavoti (Bn), ingresso a Piazza Mercato

S. Marco dei Cavoti (Bn), ingresso a Piazza MercatoLa fondazione di San Marco dei Cavoti risale al 1385 circa, ossia alla seconda epoca angioina – fine del XIV secolo, sebbene è certo che i luoghi limitrofi furono abitati già in epoca remotissima e tra essi, il più importante, si ritiene fosse quello ove sorgeva la città di Cenna. Questa tesi è suffragata non solo da storici come Cluverio, Olstenio, Cellario, Niebhur e Alfonso Meomartini, ma anche da testimonianze di antichi ignoti che si sono incorporate, attraverso il tempo, nella tradizione. Di quell’antico centro parla pure Diodoro Siculo storiografo dell’ Impero, riferendo che Cenna era alleata dei Romani e fu assediata dai Sanniti dopo la battaglia di Lautulae. Tale città, come si è detto, sorgeva in una località oggi detta Contrada Zenna poiché nel locale linguaggio è stato tramutata la <C> di Cenna in <Z>, con pronuncia provenzale. Dalla distrutta <Cenna> o <Zenna>, ebbe poi vita San Severo, borgo abitato edificato più a valle ove forse i superstiti abitanti si rifugiarono, insediandosi su di un colle e creandovi un nucleo abitato che prese il nome del Santo Martire localmente venerato. Il luogo ove sorgeva il paese antico si può oggi individuare nella contrada oggi denominata appunto San Severo e Calisi e sulla collina detta Toppo (ossia altura in dialetto) di Santa Barbara con un’antica chiesa dedicata alla Santa; negli anni Ottanta alcuni ritrovamenti archeologici nei terreni sottostanti di proprietà dei signori Jelardi provarono che proprio in quei luoghi sorgeva un cimitero. Importanti resti, consegnati alla Soprintendenza allora guidata da Werner Joannowsky, vennero catalogati e portati a Benevento. San Severo fu distrutto dal terremoto del 9 settembre 1349 e, proprio a seguito dell’evento venne edificato San Marco dei Cavoti, inizialmente e per lungo tempo denominato San Marco dei Gavoti laddove i Gavoti (da Gavots), sono i provenzali di Gap che – inviativi dagli Angioini grazie alla concessione di particolari agevolazioni – concorsero assieme ai superstiti alla fondazione del nuovo centro urbano a circa 4 km di distanza. Il nuovo paese prese il nome di San Marco, santo vescovo di Eca, mentre nei dintorni alcune contrade conservano negli antichissimi toponimi Francisi, Franzese e Borgognona il ricordo della presenza francese in loco. Il nucleo più antico del paese era costituito dal Largo Vicidomini, da Piazza del Carmine e dalla chiesa madre di San Marco, arroccata su un’altura, intitolata a San Marco di Eca e affiancata – oltre che dal campanile (distrutto all’inizio del XIX secolo) – da una imponente torre carceraria (detta appunto Torre dei Provenzali). Il borgo era cinto da mura turrite e vi si accedeva da quattro porte delle quali oggi ne restano tre (Porta Palazzo, Porta Grande e Porta di Rose). Dall’epoca della fondazione, i feudatari del paese furono dapprima gli Shabran, poi i Cavaniglia, marchesi di San Marco, e infine -per via ereditaria – i Caracciolo di San Vito. Questi ultimi, nel XIX secolo, cedettero poi gran parte dei beni e i diritti di terraggiare e di nomina arcipretale alla famiglia Jelardi (già Gaullart e poi Galardus, discendente dai fratelli Giovani, Guglielmo e Rinaldo Gaullart di Gap) rappresentata da Federigo e poi dal nipote cav. Nicola, mentre altri terreni del circondario furono all’epoca in gran parte posseduti da nobili o agiate famiglie locali tra cui Zurlo, Jansiti, de’Conno, Baldini e Giampietro, nonché Ricci, Valente e De Leonardis. Dopo la terribile peste del 1656 i pochi sammarchesi superstiti edificarono la chiesetta di San Rocco extra moenia, mentre a partire dalla metà del XVIII secolo si ebbe l’espansione urbana al di fuori delle mura verso la zona bassa (Via Crocella-Fontecavalli) e, in maniera più massiccia, al di là di Porta Grande attraverso Via Roma (già Via Paradiso) e Largo della Croce (poi Piazza Risorgimento), continuando poi a nord e a sud lungo Via del Convento (poi Corso Garibaldi) e Via del Sole (poi Via Mazzini). Fino al XIX secolo fu assai fervida a San Marco l’attività di alcuni conventi dei PP. Domenicani e si sviluppò il culto di San Diodoro Martire che ebbe una sua confraternita, mentre un significativo sviluppo urbano si ebbe anche negli anni Venti e Trenta del Novecento e perdurò fino agli anni Sessanta quando però, dopo il sisma del 1962 e un significativa emigrazione, gran parte del centro storico venne abbandonata. Negli anni Sessanta e Settanta si ebbe la costruzione di nuovi alloggi per lo più popolari e della nuova chiesa madre, mentre l’economia si sviluppò soprattutto nel campo dell’industria tessile (Distretto industriale tessile di San Marco) e, per qualche tempo, in quello dell’estrazione petrolifera, con la presenza di un impianto estrattivo Agip poi esaurito e smantellato. Dal 1995, con l’amministrazione del sindaco Francesco Cocca, San Marco ha conosciuto un periodo particolarmente felice grazie al restauro del centro storico, alla promozione turistica e culturale e, soprattutto, ad un ottimale utilizzo di fondi e contributi europei tanto da essere ufficialmente indicato come “modello di buona pratica amministrativa” dalla Regione Campania, dai Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Onu che, nella XIII Assemblea generale delle Regioni (ARE), ha mostrato interesse a diffondere in altri paesi l’approccio innovativo dell’amministrazione municipale sannita per l’accesso ai finanziamenti pubblici. Significativo anche lo sviluppo culturale grazie alla fondazione del museo degli Orologi da Torre (1997), unico in Italia, e all’inaugurazione della sede di una scuola per manager legata alla Fondazione Lee Iacocca promossa negli Usa dal concittadino Iacocca, tornato più volte in visita ufficiale nel paese d’origine. Nel terzo millennio la crisi dell’industria tessile ha tuttavia conosciuto un periodo di crisi che ha portato alla chiusura di varie fabbriche, mentre si è notevolmente incrementata l’attività di sfruttamento delle energie alternative (eolico) e quella di produzione dolciaria di antica tradizione. Il paese, infatti, sin dal 1982, è famoso per l’industria del torrone che vanta numerose fabbriche e laboratori ed attira non pochi visitatori nel mese di dicembre di ogni anno con la Festa del Torrone. Principali aree urbane del paese sono oggi Piazza Risorgimento e Via Roma ove famosa sin dagli ultimi anni del XIX secolo è la produzione di Torroni, avviata dal cavalier Innocenzo Borrillo. Tra le opere d’arte che si ammirano a San Marco dei Cavoti si ricordano il palazzo Jelardi (sec. XIX) in Piazza Risorgimento, tuttora dimora dell’antica e nobile famiglia del luogo, il palazzo marchesale già appartenuto ai Cavaniglia e poi passato in proprietà alla famiglia Zurlo (altra nota nobile famiglia del luogo originaria di Baranello), i palazzi Zurlo (già Jansiti) di Via Roma e Piazza Risorgimento, la Porta Grande, la chiesa di San Rocco e quella di Maria SS. del Carmine, il Palazzo Costantini, la torre provenzale (ex carcere) e il palazzo Cocca sede del Museo degli Orologi Collezione Salvatore Ricci. La florida attività agricola favorì, nel circondario, la costruzione di alcune signorili dimore di campagna tra cui il casino Jelardi con cappella gentilizia dedicata a S. Alfonso in Contrada Zenna ed il casino Zurlo in Contrada Montelse. Tra le costruzioni più antiche, invece, degno di menzione è il cosiddetto Casone Jelardi che – già dei Cavaniglia e oggi proprietà Lembo Jansiti e Ialeggio – è un edificio fortificato ubicato a valle del paese ed era munito di un passaggio segreto sotterraneo (oggi in gran parte crollato) che collegava San Marco al vicino comune di Pago Veiano passando al di sotto del greto del fiume Tammaro ed era utilizzato come via di fuga in caso di invasione. Tra le opere moderne nel centro urbano si ricordano la fontana di Piazza Risorgimento (1909), il Parco della Rimembranza con monumento ai caduti (scultore Amedeo Garufi), il cimitero con una bella chiesa in stile eclettico (ing. Gennaro De Rienzo) e il palazzo Colarusso, edificato in Piazza Risorgimento dall’imprenditore sammarchese Eduardo Colarusso e oggi, dopo un moderno restauro, adibito a funzioni culturali e sede della Fondazione Iacocca. In un’ala del palazzo Jelardi – anch’esso sottoposto a restauro di tipo conservativo – sarà prossimamente allestito invece il Museo della Macchina Fotografica Angelo Costantino e quello della Pubblicità e del Packaging (Collezione Jelardi), affiancato anche da archivio, biblioteca ed emeroteca.