24 Dec 2012
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29 Sep 2012
Castellammare di Stabia, fermata Cantieri
Una nuova fermata viaggiatori, denominata “Castellammare Cantieri”, poco oltre il ponte sul fiume Sarno. Nel marzo 1934 venne inaugurato un servizio viaggiatori utilizzando il raccordo per il porto: alcuni convogli provenienti da Napoli e Torre Annunziata Centrale, tramite il raccordo, conducevano i passeggeri in piena villa comunale, in posizione molto più centrale rispetto alla stazione. Per tale collegamento vennero utilizzate le ALb64 di costruzione Fiat. Questo collegamento, del quale ci restano diverse foto, terminò negli anni successivi… Le origini di Castellammare di Stabia si perdono nella notte dei tempi e sono ancora incerte, anche se alcuni ritrovamenti documentano che la zona era già abitata a partire dall’VIII secolo a.C. Data la sua favorevole posizione sul mare, in una zona ricca di acque e con pianure fertili di origine vulcanica, i primi insediamenti si andarono sviluppando in quella che oggi è conosciuta come la collina di Varano, all’epoca uno sperone a picco sul mare poiché la piana dove oggi si sorge l’attuale città era ancora in parte sommersa dal mare e la sottile linea costiera esistente era esposta alle incursioni nemiche. Diverse sono state le dominazioni come quella dei sanniti seguite poi dagli Etruschi e dai Greci: il nome di questo insediamento era Stabiae. Le origini del nome Castellammare di Stabia sono molto chiare: se risulta più facile è capire la scelta di Stabia (deriva dalla antica città romana), più difficile è capire il perché di Castellammare. Castellammare deve il nome all’antico castello costruito dal ducato di Sorrento che si affaccia da un’altura di circa 100 metri sul golfo di Napoli. Erroneamente si dice che il mare arrivasse sotto il castello, ma vista l’altezza in cui questo si trova tale ipotesi è praticamente impossibile: la spiegazione del nome è chiara da antichi documenti in cui le località venivano identificate col nome dei castelli presenti. In questo caso questo Castello che guarda il mare era detto Castello sul mare (o da mare), quindi Castello a Mare. Altri erroneamente sostengono che la denominazione Castellammare derivi dall’antica presenza di una fortezza eretta in località Pozzano, sulla spiaggia, per difendere l’antica cittadina da eventuali attacchi provenienti dalla penisola sorrentina e chiamata torre di Portocarello[18], conosciuta dai più, erroneamente, con il nome di torre Alfonsina che invece sorgeva nei pressi dell’attuale piazza Fontana Grande. Nell’immediato dopoguerra, nei pressi della Torre di Portocarello, si insediò lo stabilimento calce e cementi che sfruttava le rocce calcaree prelevate dalla montagna adiacente, distruggendo i resti di questa antica torre. La prima volta che si ritrova in un documento il nome Castrum ad mare è del 1086. Il comune, già Castellamare, ha assunto la denominazione di Castellammare con regio decreto il 22 gennaio 1863, mentre il nome definitivo di Castellammare di Stabia si è avuto con delibera consiliare del 31 maggio 1912.
4 Mar 2012
Caposele (Av), piazza Sanità e monumento ai caduti
A differenza di molti paesi del sud Italia, posizionati sulla cima di colline o di speroni rocciosi, Caposele si impone per la sua particolare ubicazione. Adagiato in una pittoresca conca ai piedi del Monte Paflagone, il paese si presenta al visitatore non su alture o poggi scelti per la loro naturale funzione difensiva, bensì come una ‘città di sorgente’. Esso infatti, è nato nel luogo dove sgorgano, copiose e fredde, le acque del fiume Sele. Ed è proprio da questo fiume che Caposele prende il nome: “Caputsylaris” ovvero “capo, inizio del Sele”. Secondo l’Antonini Caposele fu fondata nel periodo delle guerre fra i Sanniti e i Romani da coloro che si ritrovavano da luoghi di scontri militari[4]. E qui uno scontro militare ci fu. Narra Paolo Orosio che “ad caput sylaris” ci fu la sanguinosa sconfitta di Spartaco, il quale proprio presso le sorgenti del Sele vide definitivamente tramontare il suo sogno di libertà. Non solo, il luogo fu abitato anche dai Romani: nei primi anni dell’Ottocento, ad opera dell’illustre dottore Nicola Santorelli fu scoperta poco distante dal centro abitato, in località Preta, un’importante lapide (conservata al Museo Archeologico di Avellino) del tempo dell’imperatore Domiziano attestante l’esistenza di un collegio sacerdotale dedicato al culto del dio Silvano[5]. Secondo un’altra ipotesi Caposele venne costituita da abitanti dell’antica Posidonia (Paestum) che risalendo il nome del fiume diedero il nome al monte (Paflagone) e al fiume stesso. Quale che fosse l’origine del paese, certo è che i primi abitanti costruirono le loro dimore ai piedi del monte dove appunto una copiosa quantità di polle sorgive – circa 100 – formavano un laghetto prima di dare origine con salti e balzi ad uno spumeggiante fiume diretto verso Posidonia (Paestum). Sicuramente la ragione di tutto questo fu il beneficio che la gente poteva trarre dall’acqua. Le prime notizie di un feudo e un probabile castello risalgono al periodo normanno, probabilmente al 1160, quando Filippo di Balvano ne divenne il proprietario e inviò alcuni militi alla spedizione in Terra Santa per la conquista di Gerusalemme. Nel corso dei secoli, il territorio passò nelle mani degli Svevi e degli Angioini. Sotto gli Aragonesi, una parte, probabilmente la zona chiamata Capodifiume, venne data a Jacopo Sannazzaro. Nel 1416 la regina Giovanna II di Napoli affidò le entrate del feudo ad Antonio Gesualdo. E fu con Luigi II Gesualdo che Caposele raggiunse il suo grande vigore. Così nel 1494 Caposele ottenne il titolo di “Universitas” cioè di Comune autonomo in grado di eleggere liberamente un sindaco per alzata di mano dei suoi abitanti e di amministrare la giustizia. Un grande privilegio questo dato ai sudditi, che, nel frattempo, scelsero anche un santo patrono, San Lorenzo, per la chiesa madre ed uno stemma per il proprio comune. Nel XVII secolo il territorio di Caposele passò ai Ludovisio che l’acquistarono e rivendettero più di una volta. Tutto ciò spesso li costrinse a lasciare il castello. Allora comunità religiose e confraternite occuparono l’intera zona, le chiese aumentarono di numero e famiglie di estrazione ed origine diversa si affiancarono sempre più ai casali intorno alla Chiesa e alle proprietà private. La peste del 1656 decimò la popolazione del paese. Narrano le fonti che di 3000 abitanti ne morirono in quel frangente più di 2500. Un’altra triste calamità che si abbatté sul paese fu il terremoto del 1694 che pure provocò numerose vittime. Nel 1714 fu nominato principe della Terra di Caposele Inigo Rota. Nel 1771 il territorio passò nelle mani di Carlo Lagni, marito di Ippolita Rota, figlia di Inigo, dalla quale lo ottenne per via matrimoniale Carlo Lagni, ultimo signore del luogo sino all’abolizione dei diritti feudali (1806). Nei primi decenni del 1500 esisteva già una piccola chiesa dedicata alla Mater Domini, che dà il nome ad una frazione di Caposele. Qui Sant’Alfonso Maria de’ Liguori venne in missione e aprì una casa religiosa dove, nel 1755, morì San Gerardo Maiella. Durante il Regno di Napoli e il Regno delle Due Sicilie fu un comune appartenente al Distretto di Campagna, della Provincia di Principato Citra. Con l’unità d’Italia venne assegnato alla provincia di Avellino. Agli inizi dell’800 Caposele era composto da un nucleo che era il Castello e dal borgo di “Capo di Fiume” isolato dal resto da un vallone ricoperto di orti ed, infine, dagli agglomerati periferici (Pianello, Casali, etc.). I lavori per la captazione delle sorgenti del Sele ad inizio ’900 per la realizzazione dell’acquedotto pugliese modificarono totalmente l’assetto urbanistico: tra i due nuclei storici (Zona Castello e Zona Sorgenti) si costruiscono nuovi edifici abitativi; le costruzioni si incrementarono negli anni ’50 e così Via Roma e Corso Europa diventano le vie più importanti del paese. È stato uno dei comuni colpiti dal Terremoto dell’Irpinia verificatosi il 23 novembre del 1980.
6 Nov 2011
Airola (Bn), corso Montella e chiesa dell’Annunziata
Airola fa parte della Regione Agraria n. 3 – monti Taburno Camposauro. È situata nella porzione occidentale della Valle Caudina, di fronte al monte Taburno; è dominata dal monte Tairano (736 m). Si estende sulle pendici e ai piedi della collina di Monteoliveto. Nel suo territorio i torrenti Tesa e Faenza si congiungono a formare il fiume Isclero; vi passa inoltre l’Acquedotto Carolino, proveniente dalla sorgente del Fizzo (nel territorio di Bucciano), che alimentava la cascata della reggia di Caserta. Menzionata per la prima volta nel 997, Airola probabilmente derivò il nome da un longobardo feudum Airoaldi, citato nell’820. Da Roberto II di Normandia, Conte di Airola passò a Rainulfo di Alife, quindi fu feudo di Martino Toccabove, donato nel 1276 a Guglielmo ed Ugone di Cortillon. Nel 1437 fu saccheggiata da Antonio Caldora per Alfonso d’Aragona; fu ripresa da Marino Boffa, per Renato d’Angiò, per essere riconquistata subito dopo dallo stesso Alfonso. Nel 1460 venne assediata da Ferdinando I e venduta ai Carafa. Carlo V la donò ad Alfonso d’Avalos d’Aquino, il quale nel
1575 la vendette a Ferrante Caracciolo. La famiglia Caracciolo mantenne il possesso del feudo per oltre un secolo fino all’ultima erede, Antonia Caracciolo, la quale morta nel 1732, lasciò tutti i beni in eredità al nipote Bartolomeo Di Capua principe della Riccia. Per aver ceduto gratuitamente le sorgenti del Fizzo alla cascata della reggia di Caserta, Carlo III di Borbone conferì ad Airola il titolo di città (2 agosto 1754), confermatole nel 1997 con Decreto del Presidente della Repubblica. Morto Bartolomeo senza eredi, Airola passò nel 1792 al Regio Demanio. Fino al 1816 fece parte del Principato Ultra (Avellino), e fino al 1861 della Terra di Lavoro (Caserta); all’unità d’Italia passò alla provincia di Benevento.
24 Sep 2011
Cervinara (Av), via Renazzo, Palazzine
La leggenda vuole che il nome Cervinara derivi da un altare dedicato dai Romani a Cerere, dea delle messi. Il toponimo compare, per la prima volta, in un documento dell’837 che descrive la donazione del “castrum quod dicitur Cerbinaria in Caudetanis” al principe beneventano Sicardo da parte dei monaci di San Vincenzo al Volturno. Il borgo, probabilmente, sorse tra il IX e il X secolo d.C., in età longobarda, quando le popolazioni si concentrarono, dalle campagne, intorno al borgo fortificato in località Castello. Cervinara ebbe numerosi feudatari, tra cui i Della Leonessa, i Filangieri, i Carafa, i Caracciolo ed i Sant’Eramo. Dal Feudalesimo fino agli inizi del 1800 Cervinara conobbe un forte sviluppo agricolo, soprattutto grazie alla particolare fertilità del suolo. Durante il Risorgimento il paese contribuì ai moti liberali del 1820 e del 1848, quando i carbonari decisero di partire proprio da Cervinara per marciare su Napoli ed instaurarvi la Repubblica. Ma i fermenti rivoluzionari non riuscirono mai a coinvolgere la maggioranza della popolazione, anzi, il paese, il 29 e 30 novembre 1860, si schierò dalla parte dei Borbone ed insorse contro il governo piemontese che giungeva nel Regno di Napoli per occuparlo. Ebbe, così, inizio il periodo del Brigantaggio, che si configurò come una vera e propria guerra partigiana. Le bande di Cipriano e Giona La Gala, scelsero come rifugio i monti sovrastanti il paese per combattere contro l’invasore straniero. Questo triste periodo è stato ritratto da due cervinaresi illustri: lo storico Luigi Barionovi in una serie di studi legati al territorio non solo cervinarese, e dallo scrittore Angelo Renna nel suo romanzo storico “Terre di Briganti”. A causa di intense piogge il 16 dicembre 1999 una frana fangosa si abbatté sulle frazioni di Ioffredo e Castello, mietendo cinque vittime e distruggendo o danneggiando vari edifici.
27 Aug 2011
S. Marco dei Cavoti (Bn), ingresso a Piazza Mercato
La fondazione di San Marco dei Cavoti risale al 1385 circa, ossia alla seconda epoca angioina – fine del XIV secolo, sebbene è certo che i luoghi limitrofi furono abitati già in epoca remotissima e tra essi, il più importante, si ritiene fosse quello ove sorgeva la città di Cenna. Questa tesi è suffragata non solo da storici come Cluverio, Olstenio, Cellario, Niebhur e Alfonso Meomartini, ma anche da testimonianze di antichi ignoti che si sono incorporate, attraverso il tempo, nella tradizione. Di quell’antico centro parla pure Diodoro Siculo storiografo dell’ Impero, riferendo che Cenna era alleata dei Romani e fu assediata dai Sanniti dopo la battaglia di Lautulae. Tale città, come si è detto, sorgeva in una località oggi detta Contrada Zenna poiché nel locale linguaggio è stato tramutata la <C> di Cenna in <Z>, con pronuncia provenzale. Dalla distrutta <Cenna> o <Zenna>, ebbe poi vita San Severo, borgo abitato edificato più a valle ove forse i superstiti abitanti si rifugiarono, insediandosi su di un colle e creandovi un nucleo abitato che prese il nome del Santo Martire localmente venerato. Il luogo ove sorgeva il paese antico si può oggi individuare nella contrada oggi denominata appunto San Severo e Calisi e sulla collina detta Toppo (ossia altura in dialetto) di Santa Barbara con un’antica chiesa dedicata alla Santa; negli anni Ottanta alcuni ritrovamenti archeologici nei terreni sottostanti di proprietà dei signori Jelardi provarono che proprio in quei luoghi sorgeva un cimitero. Importanti resti, consegnati alla Soprintendenza allora guidata da Werner Joannowsky, vennero catalogati e portati a Benevento. San Severo fu distrutto dal terremoto del 9 settembre 1349 e, proprio a seguito dell’evento venne edificato San Marco dei Cavoti, inizialmente e per lungo tempo denominato San Marco dei Gavoti laddove i Gavoti (da Gavots), sono i provenzali di Gap che – inviativi dagli Angioini grazie alla concessione di particolari agevolazioni – concorsero assieme ai superstiti alla fondazione del nuovo centro urbano a circa 4 km di distanza. Il nuovo paese prese il nome di San Marco, santo vescovo di Eca, mentre nei dintorni alcune contrade conservano negli antichissimi toponimi Francisi, Franzese e Borgognona il ricordo della presenza francese in loco. Il nucleo più antico del paese era costituito dal Largo Vicidomini, da Piazza del Carmine e dalla chiesa madre di San Marco, arroccata su un’altura, intitolata a San Marco di Eca e affiancata – oltre che dal campanile (distrutto all’inizio del XIX secolo) – da una imponente torre carceraria (detta appunto Torre dei Provenzali). Il borgo era cinto da mura turrite e vi si accedeva da quattro porte delle quali oggi ne restano tre (Porta Palazzo, Porta Grande e Porta di Rose). Dall’epoca della fondazione, i feudatari del paese furono dapprima gli Shabran, poi i Cavaniglia, marchesi di San Marco, e infine -per via ereditaria – i Caracciolo di San Vito. Questi ultimi, nel XIX secolo, cedettero poi gran parte dei beni e i diritti di terraggiare e di nomina arcipretale alla famiglia Jelardi (già Gaullart e poi Galardus, discendente dai fratelli Giovani, Guglielmo e Rinaldo Gaullart di Gap) rappresentata da Federigo e poi dal nipote cav. Nicola, mentre altri terreni del circondario furono all’epoca in gran parte posseduti da nobili o agiate famiglie locali tra cui Zurlo, Jansiti, de’Conno, Baldini e Giampietro, nonché Ricci, Valente e De Leonardis. Dopo la terribile peste del 1656 i pochi sammarchesi superstiti edificarono la chiesetta di San Rocco extra moenia, mentre a partire dalla metà del XVIII secolo si ebbe l’espansione urbana al di fuori delle mura verso la zona bassa (Via Crocella-Fontecavalli) e, in maniera più massiccia, al di là di Porta Grande attraverso Via Roma (già Via Paradiso) e Largo della Croce (poi Piazza Risorgimento), continuando poi a nord e a sud lungo Via del Convento (poi Corso Garibaldi) e Via del Sole (poi Via Mazzini). Fino al XIX secolo fu assai fervida a San Marco l’attività di alcuni conventi dei PP. Domenicani e si sviluppò il culto di San Diodoro Martire che ebbe una sua confraternita, mentre un significativo sviluppo urbano si ebbe anche negli anni Venti e Trenta del Novecento e perdurò fino agli anni Sessanta quando però, dopo il sisma del 1962 e un significativa emigrazione, gran parte del centro storico venne abbandonata. Negli anni Sessanta e Settanta si ebbe la costruzione di nuovi alloggi per lo più popolari e della nuova chiesa madre, mentre l’economia si sviluppò soprattutto nel campo dell’industria tessile (Distretto industriale tessile di San Marco) e, per qualche tempo, in quello dell’estrazione petrolifera, con la presenza di un impianto estrattivo Agip poi esaurito e smantellato. Dal 1995, con l’amministrazione del sindaco Francesco Cocca, San Marco ha conosciuto un periodo particolarmente felice grazie al restauro del centro storico, alla promozione turistica e culturale e, soprattutto, ad un ottimale utilizzo di fondi e contributi europei tanto da essere ufficialmente indicato come “modello di buona pratica amministrativa” dalla Regione Campania, dai Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Onu che, nella XIII Assemblea generale delle Regioni (ARE), ha mostrato interesse a diffondere in altri paesi l’approccio innovativo dell’amministrazione municipale sannita per l’accesso ai finanziamenti pubblici. Significativo anche lo sviluppo culturale grazie alla fondazione del museo degli Orologi da Torre (1997), unico in Italia, e all’inaugurazione della sede di una scuola per manager legata alla Fondazione Lee Iacocca promossa negli Usa dal concittadino Iacocca, tornato più volte in visita ufficiale nel paese d’origine. Nel terzo millennio la crisi dell’industria tessile ha tuttavia conosciuto un periodo di crisi che ha portato alla chiusura di varie fabbriche, mentre si è notevolmente incrementata l’attività di sfruttamento delle energie alternative (eolico) e quella di produzione dolciaria di antica tradizione. Il paese, infatti, sin dal 1982, è famoso per l’industria del torrone che vanta numerose fabbriche e laboratori ed attira non pochi visitatori nel mese di dicembre di ogni anno con la Festa del Torrone. Principali aree urbane del paese sono oggi Piazza Risorgimento e Via Roma ove famosa sin dagli ultimi anni del XIX secolo è la produzione di Torroni, avviata dal cavalier Innocenzo Borrillo. Tra le opere d’arte che si ammirano a San Marco dei Cavoti si ricordano il palazzo Jelardi (sec. XIX) in Piazza Risorgimento, tuttora dimora dell’antica e nobile famiglia del luogo, il palazzo marchesale già appartenuto ai Cavaniglia e poi passato in proprietà alla famiglia Zurlo (altra nota nobile famiglia del luogo originaria di Baranello), i palazzi Zurlo (già Jansiti) di Via Roma e Piazza Risorgimento, la Porta Grande, la chiesa di San Rocco e quella di Maria SS. del Carmine, il Palazzo Costantini, la torre provenzale (ex carcere) e il palazzo Cocca sede del Museo degli Orologi Collezione Salvatore Ricci. La florida attività agricola favorì, nel circondario, la costruzione di alcune signorili dimore di campagna tra cui il casino Jelardi con cappella gentilizia dedicata a S. Alfonso in Contrada Zenna ed il casino Zurlo in Contrada Montelse. Tra le costruzioni più antiche, invece, degno di menzione è il cosiddetto Casone Jelardi che – già dei Cavaniglia e oggi proprietà Lembo Jansiti e Ialeggio – è un edificio fortificato ubicato a valle del paese ed era munito di un passaggio segreto sotterraneo (oggi in gran parte crollato) che collegava San Marco al vicino comune di Pago Veiano passando al di sotto del greto del fiume Tammaro ed era utilizzato come via di fuga in caso di invasione. Tra le opere moderne nel centro urbano si ricordano la fontana di Piazza Risorgimento (1909), il Parco della Rimembranza con monumento ai caduti (scultore Amedeo Garufi), il cimitero con una bella chiesa in stile eclettico (ing. Gennaro De Rienzo) e il palazzo Colarusso, edificato in Piazza Risorgimento dall’imprenditore sammarchese Eduardo Colarusso e oggi, dopo un moderno restauro, adibito a funzioni culturali e sede della Fondazione Iacocca. In un’ala del palazzo Jelardi – anch’esso sottoposto a restauro di tipo conservativo – sarà prossimamente allestito invece il Museo della Macchina Fotografica Angelo Costantino e quello della Pubblicità e del Packaging (Collezione Jelardi), affiancato anche da archivio, biblioteca ed emeroteca.
27 Aug 2011
Torella dei Lombardi (Av), Piazza Europa e Castello
La sua origine si fa risalire al periodo in cui il Re Ludovico II risolse la disputa per il Ducato di Benevento 848 d.C. , fissando il confine tra il suddetto Ducato e quello di Salerno sul Fiume Fredane, attorno al quale nacquero dei forti o rocche, da un lato S. Angelo a Pesco (nel territorio di Frigento) e Rocca San Felice, e dall’altro Monticchio dei Lombardi, Sant’Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Guardia del Lombardi. La prima citazione del borgo medioevale risale all’850 come “Turrella” (piccola torre). Il castello, e quindi Torella, appartenne alla famiglia Saraceno fino al 1529,quando passò ad Alfonso della Rosa, che nel 1550-60 vendette Torella e Girifalco a Domizio Caracciolo; i quali nel 1639, vennero insigniti del titolo di Principi di Torella che tennero fino all’Unità d’Italia quando. nel 1889 Umberto I concesse il titolo di Marchese di Candriano a Giuseppe Caracciolo, alla sua morte il tutto fu ereditato dal nipote Camillo Ruspoli, che morì nel 1940. Nel 1959, la vedova donò la struttura al Comune che ora la usa come Sede comunale e Museo. Fino al 1862 Torella dei Lombardi si chiamava solo Torella, mentre “dei Lombardi” fu aggiunto solo dopo l’unità d’Italia, al fine di evitare casi di omonimia e a memoria del fatto che la fondazione del borgo avvenne tra il X e l’XI secolo, sotto il dominio longobardo.
13 Jul 2011
Marina di Pioppi, via Caracciolo – Pollica (Sa)
Il Comune di Pollica è compreso nella perimetrazione di uno dei più grandi Parchi Nazionali Italiani. Il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano occupa la parte meridionale della provincia di Salerno a contatto tra regione Campania e regione Basilicata. Il Parco si affaccia sul mare Tirreno, nella costa occidentale d’Italia, e, per la particolare conformazione della penisola italiana, occupa una posizione baricentrica rispetto all’intero bacino mediterraneo. Esso è costituito da ambienti costieri, montani e vallivi che si estendono su una superficie di circa 180.000 ettari, entro limiti geografici determinati: il tratto del mar Tirreno compreso tra il golfo di Salerno e il golfo di Policastro lo contorna da ovest a sud, il corso del fiume Sele lo limita a nord e l’ampia depressione del Vallo di Diano lo chiude ad est. Tale territorio, iscritto nella lista Unesco del patrimonio mondiale dell’umanità ed elevato a riserva di Biosfera MaB, Man and Biosphere, si caratterizza per una ricchezza eccezionale di habitat e vegetazioni e un elevato grado di diversità biologica delle specie. Si presenta come un unicum paesaggistico, un “paesaggio vivente”, crocevia millenario di popoli e civiltà, luogo di soglia e contaminazione tra ecosistemi e culture euromediterranee. Esso realizza l’incontro tra mare e montagna, Atlantico e Oriente, tra culture nordiche e africane.
Un paesaggio evolutivo prodotto dell’azione millenaria di agenti sociali, economici e spirituali di diversa origine in associazione e risposta all’ambiente naturale; posto al centro del Mediterraneo, ne è il Parco per eccellenza, perché come questo mare, è luogo di millenaria compenetrazione tra l’antropico e il naturale e di molteplici incontri di civiltà.
Il Comune di Pollica ricade nell’area del monte Stella, la cui caratteristica forma a cuspide sovrasta gli approdi di Agropoli, punta Licosa, Velia e la via interna del Vallo. Tale elemento orografico struttura l’organizzazione territoriale: la montagna sacra, col santuario dedicato alla Vergine che ne occupa la vetta, rappresenta un simbolico incontro tra terra e cielo.
Il monte si caratterizza per un fitto sistema di borghi medioevali disposti a corona sulla mezza costa e per una forte individualità geografica, storica e antropologica: il Cilento Antico.
Dai templi di Paestum alle rovine di Velia, città di filosofia e medicina, ai vanvitelliani andri della Certosa di Padula, dalle vertigini delle falesie costiere alle gole interne, dalle caverne permeate dai resti dell’uomo del paleolitico al mistero delle sculture rupestri, dai cenobi basiliani ai boschi vetusti, dai templi alle fortezze costiere, da Parmenide e Gian battista Vico ai culti vivi delle pietre del monte Stella, dalle sirene ai briganti, dal mito di Palinuro ai saraceni, dai moti rivoluzionari alle congiure, dalle peregrinazioni degli Argonauti alle vallate di orchidee selvagge e alle grotte dei culti dell’acqua, il Cilento rappresenta per il visitatore un itinerario unico d’emozione e memoria. Il territorio ampio, in cui ricade il Comune di Pollica, compone uno straordinario mosaico di grandi valenze culturali e naturali, oggi patrimonio dell’umanità.
10 Jul 2011
Maiori (Sa), Torre Normanna
Le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Dal secondo dopoguerra Maiori ha registrato una notevole espansione urbanistica e vanta uno dei migliori tenori di vita della Campania. La cittadina è principalmente una località turistica e può contare – oltre ad una vista mirabile – anche sulla spiaggia più lunga di questo tratto di costa della penisola amalfitana. Ad oggi non si sa con certezza chi siano stati i veri fondatori di Maiori. Esistono le ipotesi più varie. Ci sono teorie che attribuiscono la fondazione della cittadina ai greci, agli etruschi, ai picentini, ai romani e finanche al principe dei longobardi Sicardo. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor (l’attuale Minori). Inizialmente tutte le cittadine della costa vennero edificate dai conquistatori che si susseguivano, come per esempio gli etruschi ed i romani. Nel periodo della caduta dell’ Impero Romano d’Occidente vi furono altri insediamenti. Intorno all’830 i luoghi della costa furono riuniti in una “Confederazione degli Stati Amalfitani”. Fecero parte della Repubblica marinara di Amalfi le città tra Lettere e Tramonti e tra Cetara e Positano (come anche Capri). I loro abitanti, in maniera collettiva, vennero chiamati “Amalfitani”. Ogni città in quel periodo mantenne il proprio nome e la propria autonomia amministrativa, svolgendo un ruolo specifico nella Confederazione. Dopo l’anno mille Maiori (assieme ad Amalfi) passò a fare parte del Principato di Salerno e ne seguí le vicende storiche. Nel 1343 una mareggiata distrusse gran parte del litorale di tutta la Costiera, che – tra l’altro – viene anche menzionata in una lettera di Francesco Petrarca al Cardinale Giovanni Colonna. Dal 1811 al 1860 è stato capoluogo dell’omonimo circondario appartenente al Distretto di Salerno del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia è stato capoluogo dell’omonimo mandamento appartenente al Circondario di Salerno. Maiori ha molti monumenti di interesse storico e artistico: tra essi il Palazzo Mezzacapo, la Collegiata di S.Maria a Mare, il Castello di S.Nicola de Thoro-Plano, il Complesso monastico di S.Maria Olearia. La principale festività di Maiori è la “festa patronale di Santa Maria a Mare”, che coincide con il giorno di Ferragosto. La protettrice viene festeggiata anche la terza domenica di novembre; questa ricorrenza è ricordata dai Maioresi come “A Madonna è nott’” (“La Madonna di notte”), dal momento che la prima messa è celebrata alla luci dell’alba, quando gli abitanti della cittadina sono svegliati dallo sparo di mortaretti e dalla banda, che gira per le vie cittadine intonando una pastorale natalizia. Le processioni di novembre e di Ferragosto si concludono sempre con la cosiddetta “corsa della Madonna”: la statua della Vergine viene portata di corsa lungo i 127 gradini della scalinata che separa la piazza D’Amato dalla Collegiata. Questo rito rappresenta simbolicamente l’assunzione di Maria in anima e corpo in cielo.
2 Jul 2011
Capua (Ce), Piazza dei Giudici e corriera
La Città dopo aver vissuto un lungo periodo di splendore (vedi Capua antica, seconda città Italica per estensione e popolazione subito dopo Roma) con il progressivo indebolimento dell’Impero romano d’Occidente si ritrovò sempre più esposta ad attacchi esterni e nel 455 Genserico, prima di espugnare Roma la saccheggiò.Da quel momento drammatico,la città si spopolò e sopravvisse solo sotto forma di piccoli villaggi. Ridotta ormai a una serie di ruderi e continuamente sottoposta alle scorrerie dei Saraceni,Capua antica fu quasi totalmente abbandonata e la popolazione si trasferi in una nuova cittadina ubicata presso il monte Triflisco,costruita dal Conte Landolfo per volere del Principe di Benevento Sicone che in suo onore prese il nome di Sicopoli (terzo decennio del IX sec). Il conte Landone, valutando la scarsa protezione offerta dal modesto insediamento di Sicopoli, decise di ricostruire la nuova sede comitale sulle rovine di Casilinum (856), divenne così durante il X secolo la capitale del Principato di Capua, stato autonomo esteso su tutta la Terra di Lavoro fino al confine nord distinto dal fiume Garigliano, dominando su cittadine e borghi strategici, quali Caserta, Teano, Sessa, Venafro e Carinola; potenziandosi ulteriormente, arrivò a dominare anche sul Ducato di Napoli, su Montecassino, sede dell’importante Abbazia, e su Gaeta, importante porto tirrenico. Verso la fine del medesimo secolo, Capua raggiunse il suo apogeo: il Principe Pandolfo I Testadiferro (961 – 981), riunificò i domini dell’Italia longobarda meridionale, inoltre venendo in aiuto di Papa Giovanni XIII, esule da Roma tra il 965 ed il 966, ottenne l’elevazione di Metropolita per la Chiesa Capuana. L’anno 1059 rappresenta la fine del potente Principato longobardo, infatti il conte normanno di Aversa Riccardo I Quarrel, ne opera la conquista. Durante la dominazione Normanna la città cominciò ad avere un’importanza strategica sempre maggiore, sia dal punto di vista militare che commerciale; essa divenne in poco tempo un florido porto fluviale, racchiuso all’interno di una forte cinta muraria. Dopo appena cinquant’anni dall’occupazione di Riccardo I, la città pagò lo scotto di essere un centro strategicamente importante: essa fu occupata da Arrigo VI di Svevia che ne ordinò la demolizione delle mura, in seguito ricostruite. Federico II decise di edificare le due torri a difesa dell’adiacente ponte romano,tra le quali venne realizzato un arco di trionfo di mirabile fattura, demolito all’epoca di Carlo V per motivi militari. Durante il conflitto tra Svevi e Angioini la città subi continui attacchi che portarono alla demolizione e ricostruzione delle mura e di alcuni edifici cittadini. Con l’ascesa degli Angioini, la città divenne sede Della “Magna Curia” incrementando ulteriormente la sua importanza nell’amministrazione regia. In epoca aragonese, Capua visse un periodo molto tranquillo, visitata spesso dal Re, divenendo cosi anche un importante centro culturale. Durante il regno di Federico I d’Aragona (incoronato nel duomo cittadino) la città fu scossa da un evento drammatico: “Il Sacco di Capua del 1501 ad opera di Cesare Borgia. Egli entrò con inganno nella cittadina,promettendo di risparmiare i suoi cittadini già stremati dall’assedio,e appena fu all’interno diede l’ordine ai suoi uomini di cominciare il saccheggio. Durante questo tragico evento morirono alcune migliaia di capuani. Con l’avvento degli spagnoli, terminò per Capua la sua storia politica e continuando,viceversa quella di città prospera e di munita piazzaforte.
