« Older Entries Subscribe to Latest Posts







6 Nov 2011

Airola (Bn), corso Montella e chiesa dell’Annunziata

Posted by campaniachefu. No Comments

Airola (Bn), chiesa dell'AnnunziataAirola fa parte della Regione Agraria n. 3 – monti Taburno Camposauro. È situata nella porzione occidentale della Valle Caudina, di fronte al monte Taburno; è dominata dal monte Tairano (736 m). Si estende sulle pendici e ai piedi della collina di Monteoliveto. Nel suo territorio i torrenti Tesa e Faenza si congiungono a formare il fiume Isclero; vi passa inoltre l’Acquedotto Carolino, proveniente dalla sorgente del Fizzo (nel territorio di Bucciano), che alimentava la cascata della reggia di Caserta. Menzionata per la prima volta nel 997, Airola probabilmente derivò il nome da un longobardo feudum Airoaldi, citato nell’820. Da Roberto II di Normandia, Conte di Airola passò a Rainulfo di Alife, quindi fu feudo di Martino Toccabove, donato nel 1276 a Guglielmo ed Ugone di Cortillon. Nel 1437 fu saccheggiata da Antonio Caldora per Alfonso d’Aragona; fu ripresa da Marino Boffa, per Renato d’Angiò, per essere riconquistata subito dopo dallo stesso Alfonso. Nel 1460 venne assediata da Ferdinando I e venduta ai Carafa. Carlo V la donò ad Alfonso d’Avalos d’Aquino, il quale nel Airola (Bn), corso Montella1575 la vendette a Ferrante Caracciolo. La famiglia Caracciolo mantenne il possesso del feudo per oltre un secolo fino all’ultima erede, Antonia Caracciolo, la quale morta nel 1732, lasciò tutti i beni in eredità al nipote Bartolomeo Di Capua principe della Riccia. Per aver ceduto gratuitamente le sorgenti del Fizzo alla cascata della reggia di Caserta, Carlo III di Borbone conferì ad Airola il titolo di città (2 agosto 1754), confermatole nel 1997 con Decreto del Presidente della Repubblica. Morto Bartolomeo senza eredi, Airola passò nel 1792 al Regio Demanio. Fino al 1816 fece parte del Principato Ultra (Avellino), e fino al 1861 della Terra di Lavoro (Caserta); all’unità d’Italia passò alla provincia di Benevento.

Tags:

24 Sep 2011

Cervinara (Av), via Renazzo, Palazzine

Posted by campaniachefu. No Comments

Cervinara (Av), via Renazzo, PalazzineLa leggenda vuole che il nome Cervinara derivi da un altare dedicato dai Romani a Cerere, dea delle messi. Il toponimo compare, per la prima volta, in un documento dell’837 che descrive la donazione del “castrum quod dicitur Cerbinaria in Caudetanis” al principe beneventano Sicardo da parte dei monaci di San Vincenzo al Volturno. Il borgo, probabilmente, sorse tra il IX e il X secolo d.C., in età longobarda, quando le popolazioni si concentrarono, dalle campagne, intorno al borgo fortificato in località Castello. Cervinara ebbe numerosi feudatari, tra cui i Della Leonessa, i Filangieri, i Carafa, i Caracciolo ed i Sant’Eramo. Dal Feudalesimo fino agli inizi del 1800 Cervinara conobbe un forte sviluppo agricolo, soprattutto grazie alla particolare fertilità del suolo. Durante il Risorgimento il paese contribuì ai moti liberali del 1820 e del 1848, quando i carbonari decisero di partire proprio da Cervinara per marciare su Napoli ed instaurarvi la Repubblica. Ma i fermenti rivoluzionari non riuscirono mai a coinvolgere la maggioranza della popolazione, anzi, il paese, il 29 e 30 novembre 1860, si schierò dalla parte dei Borbone ed insorse contro il governo piemontese che giungeva nel Regno di Napoli per occuparlo. Ebbe, così, inizio il periodo del Brigantaggio, che si configurò come una vera e propria guerra partigiana. Le bande di Cipriano e Giona La Gala, scelsero come rifugio i monti sovrastanti il paese per combattere contro l’invasore straniero. Questo triste periodo è stato ritratto da due cervinaresi illustri: lo storico Luigi Barionovi in una serie di studi legati al territorio non solo cervinarese, e dallo scrittore Angelo Renna nel suo romanzo storico “Terre di Briganti”. A causa di intense piogge il 16 dicembre 1999 una frana fangosa si abbatté sulle frazioni di Ioffredo e Castello, mietendo cinque vittime e distruggendo o danneggiando vari edifici.

Tags:

27 Aug 2011

S. Marco dei Cavoti (Bn), ingresso a Piazza Mercato

Posted by campaniachefu. No Comments

S. Marco dei Cavoti (Bn), ingresso a Piazza MercatoLa fondazione di San Marco dei Cavoti risale al 1385 circa, ossia alla seconda epoca angioina – fine del XIV secolo, sebbene è certo che i luoghi limitrofi furono abitati già in epoca remotissima e tra essi, il più importante, si ritiene fosse quello ove sorgeva la città di Cenna. Questa tesi è suffragata non solo da storici come Cluverio, Olstenio, Cellario, Niebhur e Alfonso Meomartini, ma anche da testimonianze di antichi ignoti che si sono incorporate, attraverso il tempo, nella tradizione. Di quell’antico centro parla pure Diodoro Siculo storiografo dell’ Impero, riferendo che Cenna era alleata dei Romani e fu assediata dai Sanniti dopo la battaglia di Lautulae. Tale città, come si è detto, sorgeva in una località oggi detta Contrada Zenna poiché nel locale linguaggio è stato tramutata la <C> di Cenna in <Z>, con pronuncia provenzale. Dalla distrutta <Cenna> o <Zenna>, ebbe poi vita San Severo, borgo abitato edificato più a valle ove forse i superstiti abitanti si rifugiarono, insediandosi su di un colle e creandovi un nucleo abitato che prese il nome del Santo Martire localmente venerato. Il luogo ove sorgeva il paese antico si può oggi individuare nella contrada oggi denominata appunto San Severo e Calisi e sulla collina detta Toppo (ossia altura in dialetto) di Santa Barbara con un’antica chiesa dedicata alla Santa; negli anni Ottanta alcuni ritrovamenti archeologici nei terreni sottostanti di proprietà dei signori Jelardi provarono che proprio in quei luoghi sorgeva un cimitero. Importanti resti, consegnati alla Soprintendenza allora guidata da Werner Joannowsky, vennero catalogati e portati a Benevento. San Severo fu distrutto dal terremoto del 9 settembre 1349 e, proprio a seguito dell’evento venne edificato San Marco dei Cavoti, inizialmente e per lungo tempo denominato San Marco dei Gavoti laddove i Gavoti (da Gavots), sono i provenzali di Gap che – inviativi dagli Angioini grazie alla concessione di particolari agevolazioni – concorsero assieme ai superstiti alla fondazione del nuovo centro urbano a circa 4 km di distanza. Il nuovo paese prese il nome di San Marco, santo vescovo di Eca, mentre nei dintorni alcune contrade conservano negli antichissimi toponimi Francisi, Franzese e Borgognona il ricordo della presenza francese in loco. Il nucleo più antico del paese era costituito dal Largo Vicidomini, da Piazza del Carmine e dalla chiesa madre di San Marco, arroccata su un’altura, intitolata a San Marco di Eca e affiancata – oltre che dal campanile (distrutto all’inizio del XIX secolo) – da una imponente torre carceraria (detta appunto Torre dei Provenzali). Il borgo era cinto da mura turrite e vi si accedeva da quattro porte delle quali oggi ne restano tre (Porta Palazzo, Porta Grande e Porta di Rose). Dall’epoca della fondazione, i feudatari del paese furono dapprima gli Shabran, poi i Cavaniglia, marchesi di San Marco, e infine -per via ereditaria – i Caracciolo di San Vito. Questi ultimi, nel XIX secolo, cedettero poi gran parte dei beni e i diritti di terraggiare e di nomina arcipretale alla famiglia Jelardi (già Gaullart e poi Galardus, discendente dai fratelli Giovani, Guglielmo e Rinaldo Gaullart di Gap) rappresentata da Federigo e poi dal nipote cav. Nicola, mentre altri terreni del circondario furono all’epoca in gran parte posseduti da nobili o agiate famiglie locali tra cui Zurlo, Jansiti, de’Conno, Baldini e Giampietro, nonché Ricci, Valente e De Leonardis. Dopo la terribile peste del 1656 i pochi sammarchesi superstiti edificarono la chiesetta di San Rocco extra moenia, mentre a partire dalla metà del XVIII secolo si ebbe l’espansione urbana al di fuori delle mura verso la zona bassa (Via Crocella-Fontecavalli) e, in maniera più massiccia, al di là di Porta Grande attraverso Via Roma (già Via Paradiso) e Largo della Croce (poi Piazza Risorgimento), continuando poi a nord e a sud lungo Via del Convento (poi Corso Garibaldi) e Via del Sole (poi Via Mazzini). Fino al XIX secolo fu assai fervida a San Marco l’attività di alcuni conventi dei PP. Domenicani e si sviluppò il culto di San Diodoro Martire che ebbe una sua confraternita, mentre un significativo sviluppo urbano si ebbe anche negli anni Venti e Trenta del Novecento e perdurò fino agli anni Sessanta quando però, dopo il sisma del 1962 e un significativa emigrazione, gran parte del centro storico venne abbandonata. Negli anni Sessanta e Settanta si ebbe la costruzione di nuovi alloggi per lo più popolari e della nuova chiesa madre, mentre l’economia si sviluppò soprattutto nel campo dell’industria tessile (Distretto industriale tessile di San Marco) e, per qualche tempo, in quello dell’estrazione petrolifera, con la presenza di un impianto estrattivo Agip poi esaurito e smantellato. Dal 1995, con l’amministrazione del sindaco Francesco Cocca, San Marco ha conosciuto un periodo particolarmente felice grazie al restauro del centro storico, alla promozione turistica e culturale e, soprattutto, ad un ottimale utilizzo di fondi e contributi europei tanto da essere ufficialmente indicato come “modello di buona pratica amministrativa” dalla Regione Campania, dai Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Onu che, nella XIII Assemblea generale delle Regioni (ARE), ha mostrato interesse a diffondere in altri paesi l’approccio innovativo dell’amministrazione municipale sannita per l’accesso ai finanziamenti pubblici. Significativo anche lo sviluppo culturale grazie alla fondazione del museo degli Orologi da Torre (1997), unico in Italia, e all’inaugurazione della sede di una scuola per manager legata alla Fondazione Lee Iacocca promossa negli Usa dal concittadino Iacocca, tornato più volte in visita ufficiale nel paese d’origine. Nel terzo millennio la crisi dell’industria tessile ha tuttavia conosciuto un periodo di crisi che ha portato alla chiusura di varie fabbriche, mentre si è notevolmente incrementata l’attività di sfruttamento delle energie alternative (eolico) e quella di produzione dolciaria di antica tradizione. Il paese, infatti, sin dal 1982, è famoso per l’industria del torrone che vanta numerose fabbriche e laboratori ed attira non pochi visitatori nel mese di dicembre di ogni anno con la Festa del Torrone. Principali aree urbane del paese sono oggi Piazza Risorgimento e Via Roma ove famosa sin dagli ultimi anni del XIX secolo è la produzione di Torroni, avviata dal cavalier Innocenzo Borrillo. Tra le opere d’arte che si ammirano a San Marco dei Cavoti si ricordano il palazzo Jelardi (sec. XIX) in Piazza Risorgimento, tuttora dimora dell’antica e nobile famiglia del luogo, il palazzo marchesale già appartenuto ai Cavaniglia e poi passato in proprietà alla famiglia Zurlo (altra nota nobile famiglia del luogo originaria di Baranello), i palazzi Zurlo (già Jansiti) di Via Roma e Piazza Risorgimento, la Porta Grande, la chiesa di San Rocco e quella di Maria SS. del Carmine, il Palazzo Costantini, la torre provenzale (ex carcere) e il palazzo Cocca sede del Museo degli Orologi Collezione Salvatore Ricci. La florida attività agricola favorì, nel circondario, la costruzione di alcune signorili dimore di campagna tra cui il casino Jelardi con cappella gentilizia dedicata a S. Alfonso in Contrada Zenna ed il casino Zurlo in Contrada Montelse. Tra le costruzioni più antiche, invece, degno di menzione è il cosiddetto Casone Jelardi che – già dei Cavaniglia e oggi proprietà Lembo Jansiti e Ialeggio – è un edificio fortificato ubicato a valle del paese ed era munito di un passaggio segreto sotterraneo (oggi in gran parte crollato) che collegava San Marco al vicino comune di Pago Veiano passando al di sotto del greto del fiume Tammaro ed era utilizzato come via di fuga in caso di invasione. Tra le opere moderne nel centro urbano si ricordano la fontana di Piazza Risorgimento (1909), il Parco della Rimembranza con monumento ai caduti (scultore Amedeo Garufi), il cimitero con una bella chiesa in stile eclettico (ing. Gennaro De Rienzo) e il palazzo Colarusso, edificato in Piazza Risorgimento dall’imprenditore sammarchese Eduardo Colarusso e oggi, dopo un moderno restauro, adibito a funzioni culturali e sede della Fondazione Iacocca. In un’ala del palazzo Jelardi – anch’esso sottoposto a restauro di tipo conservativo – sarà prossimamente allestito invece il Museo della Macchina Fotografica Angelo Costantino e quello della Pubblicità e del Packaging (Collezione Jelardi), affiancato anche da archivio, biblioteca ed emeroteca.

27 Aug 2011

Torella dei Lombardi (Av), Piazza Europa e Castello

Posted by campaniachefu. No Comments

Torella dei Lombardi (Av), Piazza Europa e CastelloLa sua origine si fa risalire al periodo in cui il Re Ludovico II risolse la disputa per il Ducato di Benevento 848 d.C. , fissando il confine tra il suddetto Ducato e quello di Salerno sul Fiume Fredane, attorno al quale nacquero dei forti o rocche, da un lato S. Angelo a Pesco (nel territorio di Frigento) e Rocca San Felice, e dall’altro Monticchio dei Lombardi, Sant’Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Guardia del Lombardi. La prima citazione del borgo medioevale risale all’850 come “Turrella” (piccola torre). Il castello, e quindi Torella, appartenne alla famiglia Saraceno fino al 1529,quando passò ad Alfonso della Rosa, che nel 1550-60 vendette Torella e Girifalco a Domizio Caracciolo; i quali nel 1639, vennero insigniti del titolo di Principi di Torella che tennero fino all’Unità d’Italia quando. nel 1889 Umberto I concesse il titolo di Marchese di Candriano a Giuseppe Caracciolo, alla sua morte il tutto fu ereditato dal nipote Camillo Ruspoli, che morì nel 1940. Nel 1959, la vedova donò la struttura al Comune che ora la usa come Sede comunale e Museo. Fino al 1862 Torella dei Lombardi si chiamava solo Torella, mentre “dei Lombardi” fu aggiunto solo dopo l’unità d’Italia, al fine di evitare casi di omonimia e a memoria del fatto che la fondazione del borgo avvenne tra il X e l’XI secolo, sotto il dominio longobardo.

13 Jul 2011

Marina di Pioppi, via Caracciolo – Pollica (Sa)

Posted by campaniachefu. No Comments

Marina di Pioppi, via Caracciolo - Pollica (Sa)Il Comune di Pollica è compreso nella perimetrazione di uno dei più grandi Parchi Nazionali Italiani. Il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano occupa la parte meridionale della provincia di Salerno a contatto tra regione Campania e regione Basilicata. Il Parco si affaccia sul mare Tirreno, nella costa occidentale d’Italia, e, per la particolare conformazione della penisola italiana, occupa una posizione baricentrica rispetto all’intero bacino mediterraneo. Esso è costituito da ambienti costieri, montani e vallivi che si estendono su una superficie di circa 180.000 ettari, entro limiti geografici determinati: il tratto del mar Tirreno compreso tra il golfo di Salerno e il golfo di Policastro lo contorna da ovest a sud, il corso del fiume Sele lo limita a nord e l’ampia depressione del Vallo di Diano lo chiude ad est. Tale territorio, iscritto nella lista Unesco del patrimonio mondiale dell’umanità ed elevato a riserva di Biosfera MaB, Man and Biosphere, si caratterizza per una ricchezza eccezionale di habitat e vegetazioni e un elevato grado di diversità biologica delle specie. Si presenta come un unicum paesaggistico, un “paesaggio vivente”, crocevia millenario di popoli e civiltà, luogo di soglia e contaminazione tra ecosistemi e culture euromediterranee. Esso realizza l’incontro tra mare e montagna, Atlantico e Oriente, tra culture nordiche e africane.
Un paesaggio evolutivo prodotto dell’azione millenaria di agenti sociali, economici e spirituali di diversa origine in associazione e risposta all’ambiente naturale; posto al centro del Mediterraneo, ne è il Parco per eccellenza, perché come questo mare, è luogo di millenaria compenetrazione tra l’antropico e il naturale e di molteplici incontri di civiltà.
Il Comune di Pollica ricade nell’area del monte Stella, la cui caratteristica forma a cuspide sovrasta gli approdi di Agropoli, punta Licosa, Velia e la via interna del Vallo. Tale elemento orografico struttura l’organizzazione territoriale: la montagna sacra, col santuario dedicato alla Vergine che ne occupa la vetta, rappresenta un simbolico incontro tra terra e cielo.
Il monte si caratterizza per un fitto sistema di borghi medioevali disposti a corona sulla mezza costa e per una forte individualità geografica, storica e antropologica: il Cilento Antico.
Dai templi di Paestum alle rovine di Velia, città di filosofia e medicina, ai vanvitelliani andri della Certosa di Padula, dalle vertigini delle falesie costiere alle gole interne, dalle caverne permeate dai resti dell’uomo del paleolitico al mistero delle sculture rupestri, dai cenobi basiliani ai boschi vetusti, dai templi alle fortezze costiere, da Parmenide e Gian battista Vico ai culti vivi delle pietre del monte Stella, dalle sirene ai briganti, dal mito di Palinuro ai saraceni, dai moti rivoluzionari alle congiure, dalle peregrinazioni degli Argonauti alle vallate di orchidee selvagge e alle grotte dei culti dell’acqua, il Cilento rappresenta per il visitatore un itinerario unico d’emozione e memoria. Il territorio ampio, in cui ricade il Comune di Pollica, compone uno straordinario mosaico di grandi valenze culturali e naturali, oggi patrimonio dell’umanità.

Tags: ,

10 Jul 2011

Maiori (Sa), Torre Normanna

Posted by campaniachefu. No Comments

Maiori (Sa), Torre NormannaLe origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Dal secondo dopoguerra Maiori ha registrato una notevole espansione urbanistica e vanta uno dei migliori tenori di vita della Campania. La cittadina è principalmente una località turistica e può contare – oltre ad una vista mirabile – anche sulla spiaggia più lunga di questo tratto di costa della penisola amalfitana. Ad oggi non si sa con certezza chi siano stati i veri fondatori di Maiori. Esistono le ipotesi più varie. Ci sono teorie che attribuiscono la fondazione della cittadina ai greci, agli etruschi, ai picentini, ai romani e finanche al principe dei longobardi Sicardo. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor (l’attuale Minori). Inizialmente tutte le cittadine della costa vennero edificate dai conquistatori che si susseguivano, come per esempio gli etruschi ed i romani. Nel periodo della caduta dell’ Impero Romano d’Occidente vi furono altri insediamenti. Intorno all’830 i luoghi della costa furono riuniti in una “Confederazione degli Stati Amalfitani”. Fecero parte della Repubblica marinara di Amalfi le città tra Lettere e Tramonti e tra Cetara e Positano (come anche Capri). I loro abitanti, in maniera collettiva, vennero chiamati “Amalfitani”. Ogni città in quel periodo mantenne il proprio nome e la propria autonomia amministrativa, svolgendo un ruolo specifico nella Confederazione. Dopo l’anno mille Maiori (assieme ad Amalfi) passò a fare parte del Principato di Salerno e ne seguí le vicende storiche. Nel 1343 una mareggiata distrusse gran parte del litorale di tutta la Costiera, che – tra l’altro – viene anche menzionata in una lettera di Francesco Petrarca al Cardinale Giovanni Colonna. Dal 1811 al 1860 è stato capoluogo dell’omonimo circondario appartenente al Distretto di Salerno del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia è stato capoluogo dell’omonimo mandamento appartenente al Circondario di Salerno. Maiori ha molti monumenti di interesse storico e artistico: tra essi il Palazzo Mezzacapo, la Collegiata di S.Maria a Mare, il Castello di S.Nicola de Thoro-Plano, il Complesso monastico di S.Maria Olearia. La principale festività di Maiori è la “festa patronale di Santa Maria a Mare”, che coincide con il giorno di Ferragosto. La protettrice viene festeggiata anche la terza domenica di novembre; questa ricorrenza è ricordata dai Maioresi come “A Madonna è nott’” (“La Madonna di notte”), dal momento che la prima messa è celebrata alla luci dell’alba, quando gli abitanti della cittadina sono svegliati dallo sparo di mortaretti e dalla banda, che gira per le vie cittadine intonando una pastorale natalizia. Le processioni di novembre e di Ferragosto si concludono sempre con la cosiddetta “corsa della Madonna”: la statua della Vergine viene portata di corsa lungo i 127 gradini della scalinata che separa la piazza D’Amato dalla Collegiata. Questo rito rappresenta simbolicamente l’assunzione di Maria in anima e corpo in cielo.

Tags:

2 Jul 2011

Capua (Ce), Piazza dei Giudici e corriera

Posted by campaniachefu. No Comments

Capua (Ce), Piazza dei Giudici e corrieraLa Città dopo aver vissuto un lungo periodo di splendore (vedi Capua antica, seconda città Italica per estensione e popolazione subito dopo Roma) con il progressivo indebolimento dell’Impero romano d’Occidente si ritrovò sempre più esposta ad attacchi esterni e nel 455 Genserico, prima di espugnare Roma la saccheggiò.Da quel momento drammatico,la città si spopolò e sopravvisse solo sotto forma di piccoli villaggi. Ridotta ormai a una serie di ruderi e continuamente sottoposta alle scorrerie dei Saraceni,Capua antica fu quasi totalmente abbandonata e la popolazione si trasferi in una nuova cittadina ubicata presso il monte Triflisco,costruita dal Conte Landolfo per volere del Principe di Benevento Sicone che in suo onore prese il nome di Sicopoli (terzo decennio del IX sec). Il conte Landone, valutando la scarsa protezione offerta dal modesto insediamento di Sicopoli, decise di ricostruire la nuova sede comitale sulle rovine di Casilinum (856), divenne così durante il X secolo la capitale del Principato di Capua, stato autonomo esteso su tutta la Terra di Lavoro fino al confine nord distinto dal fiume Garigliano, dominando su cittadine e borghi strategici, quali Caserta, Teano, Sessa, Venafro e Carinola; potenziandosi ulteriormente, arrivò a dominare anche sul Ducato di Napoli, su Montecassino, sede dell’importante Abbazia, e su Gaeta, importante porto tirrenico. Verso la fine del medesimo secolo, Capua raggiunse il suo apogeo: il Principe Pandolfo I Testadiferro (961 – 981), riunificò i domini dell’Italia longobarda meridionale, inoltre venendo in aiuto di Papa Giovanni XIII, esule da Roma tra il 965 ed il 966, ottenne l’elevazione di Metropolita per la Chiesa Capuana. L’anno 1059 rappresenta la fine del potente Principato longobardo, infatti il conte normanno di Aversa Riccardo I Quarrel, ne opera la conquista. Durante la dominazione Normanna la città cominciò ad avere un’importanza strategica sempre maggiore, sia dal punto di vista militare che commerciale; essa divenne in poco tempo un florido porto fluviale, racchiuso all’interno di una forte cinta muraria. Dopo appena cinquant’anni dall’occupazione di Riccardo I, la città pagò lo scotto di essere un centro strategicamente importante: essa fu occupata da Arrigo VI di Svevia che ne ordinò la demolizione delle mura, in seguito ricostruite. Federico II decise di edificare le due torri a difesa dell’adiacente ponte romano,tra le quali venne realizzato un arco di trionfo di mirabile fattura, demolito all’epoca di Carlo V per motivi militari. Durante il conflitto tra Svevi e Angioini la città subi continui attacchi che portarono alla demolizione e ricostruzione delle mura e di alcuni edifici cittadini. Con l’ascesa degli Angioini, la città divenne sede Della “Magna Curia” incrementando ulteriormente la sua importanza nell’amministrazione regia. In epoca aragonese, Capua visse un periodo molto tranquillo, visitata spesso dal Re, divenendo cosi anche un importante centro culturale. Durante il regno di Federico I d’Aragona (incoronato nel duomo cittadino) la città fu scossa da un evento drammatico: “Il Sacco di Capua del 1501 ad opera di Cesare Borgia. Egli entrò con inganno nella cittadina,promettendo di risparmiare i suoi cittadini già stremati dall’assedio,e appena fu all’interno diede l’ordine ai suoi uomini di cominciare il saccheggio. Durante questo tragico evento morirono alcune migliaia di capuani. Con l’avvento degli spagnoli, terminò per Capua la sua storia politica e continuando,viceversa quella di città prospera e di munita piazzaforte.

4 Jun 2011

Pompei (Na), via provinciale per Scafati

Posted by campaniachefu. No Comments

Pompei (Na), via provinciale per ScafatiLa città di Pompei ha origini antiche quanto quelle di Roma, infatti la gens Pompeia discendeva da uno dei primi popoli italici, gli Osci. Solo dopo la metà del VII secolo a.C., un primitivo insediamento si stabilì sul luogo della futura Pompei: forse non un abitato vero e proprio, ma più probabilmente un piccolo agglomerato intorno al nodo commerciale che vedeva l’incrocio di tre importanti strade, ricalcate in piena epoca storica dalle vie provenienti da Cuma, da Nola e da Castellammare di Stabia. In quanto luogo di passaggio obbligatorio tra nord e sud, presto Pompei divenne una preda per i potenti stati confinanti, data la sua importanza come nodo viario e portuale. Venne conquistata una prima volta dalla colonia greca di Cuma tra il 525 e il 474 a.C. Strabone riporta che Pompei fu conquistata dagli Etruschi, notizia che alla luce dei recenti scavi diventa sempre più attendibile. Nell’area del tempio d’Apollo e presso le Terme Stabiane sono state rinvenuti numerosi frammenti di bucchero, alcuni addirittura con iscrizioni etrusche graffite; sempre nella zona delle Terme, inoltre, è venuta alla luce una necropoli del VI secolo a.C. Le prime tracce di un abitato d’una certa importanza risalgono, a Pompei, al VI secolo a.C., anche se in questo periodo la città, ancora piuttosto piccola, non rivela l’esigenza di servirsi d’un piano regolatore e sembra il risultato di un aggregarsi d’edifici piuttosto disordinato e spontaneo. La battaglia persa dagli Etruschi nelle acque di fronte a Cuma contro Cumani e Siracusani (metà del V secolo a.C.), portò Pompei sotto l’egemonia greca. Probabilmente a questo periodo risale la fortificazione dell’intero altopiano con mura di tufo che racchiudevano oltre sessanta ettari, anche se la città vera e propria non raggiungeva nemmeno i dieci ettari d’estensione. Nel IV secolo Pompei si trovò coinvolta nelle Guerre sannitiche (al termine delle quali Roma rimase signora incontrastata di tutta la Campania) e si vide costretta ad accettare la condizione di socia dell’Urbe, conservando comunque autonomia linguistica ed istituzionale. È al IV secolo che risale il primo regolare impianto urbanistico della città la quale, intorno al 300 a.C., ricevette la nuova fortificazione in calcare del Sarno. Durante la seconda guerra punica Pompei rimase fedele a Roma, al contrario di molte altre città campane, e poté così conservare la sua parziale indipendenza. Nel II secolo a.C. la coltivazione intensiva della terra e la conseguente massiccia esportazione di vino ed olio portarono nella città grande agiatezza ed un alto tenore di vita: basterebbe ricordare la ricchezza di alcune case ed il loro lussuoso arredamento. La Casa del Fauno, ad esempio, può rivaleggiare in ampiezza (quasi 3000 m²) persino con le più famose dimore reali ellenistiche. Allo scoppio della guerra sociale (91 a.C.) Pompei fu alleata contro Roma, insieme ad altre città della Campania, nel tentativo d’ottenere la piena cittadinanza romana. Ma era impossibile resistere alla superiore forza militare di Roma: nell’89 a.C. Silla, dopo aver fatto capitolare Stabia, partì alla volta di Pompei, che tentò una strenua difesa rinforzando le mura cittadine ed avvalendosi dell’aiuto dei Celti capitanati da L. Clutentius. Ogni tentativo di resistenza risultò vano e ben presto la città cadde. Nell’80 a.C. entrava completamente e definitivamente nell’orbita di Roma e Silla vi trasferì una colonia di veterani che prese il nome di Colonia Venerea Pompeianorum Sillana. L’assegnazione di terre ai veterani avvenne certo a danno della gentes che avevano più aspramente avversato Silla. Ciò nonostante, le vicende politiche e militari non influirono in maniera determinante sul benessere e sull’intraprendenza commerciale dei Pompeiani (volta soprattutto all’esportazione dei vini campani) che interessava zone anche molto remote. Per la salubrità del clima e l’amenità del paesaggio, la città ed i suoi dintorni costituirono anche un piacevole luogo di villeggiatura per alcuni ricchi Romani, compreso Cicerone che vi possedeva un fondo.
Dei reperti bizantini forniscono la prova che esisteva anche un piccolo insediamento nel Medioevo. La Pompei moderna fu fondata dopo la costruzione del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Il Santuario fu consacrato nel 1891. Personaggio di assoluto rilievo fu Bartolo Longo, proclamato beato il 26 ottobre 1980 da papa Giovanni Paolo II. Per volontà sua fu eretto il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, ora Basilica Pontificia, ricca di ex voto, la quale costituisce una delle mete italiane più frequentate “per grazia ricevuta”, in esso è conservata la tela seicentesca della scuola di Luca Giordano raffigurante la Madonna di Pompei. Un intenso pellegrinaggio si verifica in occasione delle due suppliche alla Madonna l’8 di maggio e la prima domenica di ottobre. Si devono a lui altre due opere a favore di persone bisognose, due strutture destinate all’accoglienza dei figli e figlie di persone carcerate. Di notevole rilievo è, inoltre, per la storia moderna della città di Pompei, la registrazione, avvenuta tra il 4 e il 7 ottobre 1971, del video concerto della progressive rock band Pink Floyd Live at Pompeii, pubblicato nel 1972. Il concerto fu tenuto in assenza di pubblico, alla presenza del solo staff tecnico, e per questo resta tuttora un passaggio memorabile della storia del rock, sia per l’esecuzione in uno spazio vuoto, sia per gli effetti audio-visivi utilizzati. Per decreto, firmato il 9 gennaio 2004, dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Pompei è stata elevata al rango di città. Sono almeno otto milioni all’anno i turisti di Pompei: circa quattro milioni vi giungono per visitare gli Scavi ed oltre quattro per visitare il Santuario (stima molto prudente: infatti è più attendibile una tra cinque e sei milioni per il solo Santuario).

Tags: ,

15 May 2011

Meta di Sorrento (Na)

Posted by campaniachefu. No Comments

Meta di Sorrento (Na),  Albergo Giosue'Esistono diverse interpretazioni sull’origine del nome di Meta: alcuni affermano che derivi dal nome di una casa antichissima la cui costruzione non fu mai portata a termine; altri da una qualità di uva coltivata sui colli di Meta; altri ancora dicono che derivi dalla sua posizione geografica in quanto, dove attualmente si trova la Basilica della Madonna del Lauro, vi era nell’antichità la pietra miliare terminale della Penisola sorrentina. La storia del paese è strettamente legata a quella della Penisola e dell’intero Regno di Napoli. Si fa risalire la fondazione di Meta all’incirca al VII secolo d.C. Nel IX secolo i metesi avevano un’ottima Marina Mercantile e frequentavano i porti dell’Oriente, compresi quelli della Palestina. Si può quindi pensare che fossero devoti alla Madonna del Taborre, la cui statua poi fu trasportata a Meta. In seguito ad un’apparizione divina fra rami di alloro, la Santa prese il nome di Madonna del Lauro. Per altro la tradizione paesana colloca l’apparizione della Madonna proprio nel luogo dove oggi sorge la Basilica dedicata alla Madonna del Lauro.
Sotto la dominazione aragonese, re Ferdinando emanò nell’anno 1491 un decreto detto “capitolo”, Meta di Sorrento (Na),  Discesa alle due marinein cui si stabiliva che Sorrento doveva amministrare la città entro le sue mura ed il territorio che comprendeva i due paesi confinanti: Piano e Meta; da questo si deduce che solo da quella data i Metesi ebbero una effettiva rappresentazione nel governo sorrentino. In epoca medievale Meta e Piano di Sorrento erano riunite in un unico comune e mal sopportavano la presenza della nobiltà sorrentina che non solo li gravava di tributi, ma le opprimeva anche politicamente, quasi negando loro la partecipazione al Parlamento ed imponendo le sue leggi ed ordinanze comunali. Durante la grande invasione saracena del 1541, Meta conobbe unitamente a Sorrento e Massa, assedi, eccidi ed incendi, ma valorosamente affrontò le navi dei nemici che cedettero solo dopo una estenuante battaglia. Nel 1656 la peste colpì Napoli e si diffuse anche a Meta dove fece moltissime vittime. A questo periodo risale il cantiere navale Alimuri la cui costruzione pare risalga al 1650. A partire dal 1734 i Borbone diventano i nuovi sovrani del Regno di Napoli. In seguito alla caduta dei Borbone, Meta entra a far parte del Comune di Sorrento. Nel 1819 Meta era diventata autonoma; tale autonomia durò fino al periodo fascista: nel 1927 si riunì a Sorrento insieme ai comuni di Piano e di Sant’Agnello, formando un Comune unico, la “Grande Sorrento”. Dal 1946 è ritornata ad essere comune indipendente.

23 Apr 2011

Montemiletto (Av), Piazza e Monumento ai caduti

Posted by campaniachefu. No Comments

Montemiletto (Av), Piazza e Monumento ai cadutiPosizionato sul rilievo montuoso che forma lo spartiacque tra le valli del Calore e del Sabato, nelle colline centrali dell’Irpinia. Dista dal capoluogo Avellino 20 km. L’economia è basata principalmente sulla produzione agricola, sostenuta da una gran quantità di acque sorgive, e dall’industria. Il paese è attraversato dall’autostrada Napoli-Canosa e dalla via Nazionale delle Puglie. Una galleria autostradale lunga 1 km passa proprio sotto il paese. Il castello, emblema del paese,  nonostante abbia  subito   nel  corso dei secoli vari rifacimenti , modifiche  e ristrutturazioni , non tradisce nella sua  attuale conformazione le sue origini. La  disposizione  architettonica e  volumetrica  non nasconde che  da un impianto murario  e difensivo con torri  quadrate a  scarpata , con coperture a volte, si è passati  ad una cinta muraria  a forma di poligono  esagonale rinforzata da   torri agli spigoli; una terza torre  cade sulla “Porta della Terra”  e una quarta  forse è stata  abbattuta e sostituita con l’attuale torre dell’orologio; disposizione difensiva  che doveva abbracciare tutta l’attuale piazza Umberto I ; il primo nucleo abitato durante i secoli “di ferro”, VI, VII e VIII periodo dominato dai Longobardi.
Nel corso dei secoli  il nucleo si è andato allungando  e allargando sino a raggiungere  l’attuale conformazione  a forma di foglia , anzi a “spina di pesce” la cui parte dorsale  e mediana  è formata  dalla via Margherita , mentre le “spine “ laterali  sono costituite  da stretti vicoli ( denominati “rue” fino al XVIII secolo  termine di chiara origine francese  importato quindi sicuramente dai Normanni i quali provenivano dalla Normandia, regione della Francia)  che dipartendosi dalla via centrale  scendono lungo le due scarpate  conducendo a case anguste , chiuse e  quasi nascoste , denotando il bisogno  di difesa   e il senso  di  timore propri  dei secoli “bui”  dell’alto Medio Evo. Dalle vecchie mura che ancor oggi  si ergono a difesa , si nota un’altra costruzione a forma  quadrata  e a scarpata (bastione)  sulla quale nel 1200  circa è sorta l’attuale chiesa di Santa Maria  Maggiore  poi dell’Assunta utilizzando come campanile probabilmente  una precedente torre quadrata  che  serviva da punto di vedetta  per i “milites” Normanni. Sull’arco di pietra  della porticina del campanile  un braccio armato  di spada su tre monti  è stato assunto come emblema del Comune. Con buona probabilità quindi  il centro abitato cinto  e difeso  da poderose mura e bastioni  si è  prolungato sino alle citata Chiesa  e a quella di S. Pietro Apostolo   e poi ulteriormente  sullo strapiombo di Torre le Nocelle. Nel 1637, un arco di pietra eretto  dai cittadini in Onore del Principe , adornava la porta  che dava accesso alla terra  che significava località abitata e cinta di mura a suggellare un nucleo  che si era esteso al di fuori dell’antica cinta muraria.